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Prima di punire i giovani, bisogna ascoltarli
Pubblicato il 25 Ottobre 2026
Diritto allo studio, casa e caro vita: le proteste delle nuove generazioni non si fermano con le minacce, ma affrontando i problemi.
Prima di condannare chi scende in piazza, bisognerebbe porsi una domanda: perché tanti giovani sono costretti a protestare per rivendicare il diritto a studiare, a trovare una casa e a vivere dignitosamente? È da qui che dovrebbe partire il dibattito pubblico. E invece, troppo spesso, la risposta della destra al governo e dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni sembra concentrarsi sulla repressione, sulle sanzioni e sull’ordine pubblico, lasciando in secondo piano le ragioni del disagio.Ma una generazione che affronta affitti insostenibili, lavoro precario, salari insufficienti e difficoltà economiche non può essere liquidata come un problema da contenere. I giovani non sono un’emergenza da reprimere: sono cittadini che chiedono un futuro.
A Catania, come nel resto della Sicilia, queste questioni hanno un peso concreto. Il diritto allo studio non significa soltanto poter frequentare l’università, ma anche permettersi libri, trasporti e alloggio. Il diritto alla casa non può diventare un privilegio per pochi. E il lavoro deve garantire autonomia, non costringere a dipendere indefinitamente dalla famiglia o a partire per cercare altrove opportunità migliori. Di fronte a tutto questo, la politica dovrebbe interrogarsi sulle risposte che è stata capace di dare. Perché inasprire le sanzioni non abbassa gli affitti, non aumenta gli stipendi e non rende l’università più accessibile. Punire il dissenso è più semplice che affrontarne le cause, ma non risolve nessuno dei problemi che lo alimentano.Questo non significa giustificare la violenza.
Gli atti violenti, anche se limitati, vanno condannati e perseguiti secondo la legge. Nessuna protesta può legittimare aggressioni o danneggiamenti. Ma è altrettanto sbagliato attribuire a un’intera generazione le responsabilità di singoli individui, usando gli episodi di violenza per delegittimare tutte le rivendicazioni.La distinzione è semplice: la violenza va condannata, il dissenso va rispettato e le ragioni della protesta vanno comprese. Sono principi che possono e devono convivere. Il governo Meloni e la destra che lo sostiene dovrebbero dimostrare di saper ascoltare anche chi contesta le loro politiche. Governare non significa soltanto far rispettare le regole, ma riconoscere i bisogni della società e offrire risposte concrete. E le istituzioni locali, a partire da quelle catanesi, non possono sottrarsi alla responsabilità di garantire servizi, opportunità e condizioni di vita dignitose alle nuove generazioni.I giovani non chiedono necessariamente di avere sempre ragione.
Chiedono di essere presi sul serio, di non vedere il proprio futuro determinato dal reddito della famiglia e di poter costruire la propria autonomia senza ostacoli insormontabili. Per questo, prima di chiedersi come punire chi protesta, dovremmo chiederci perché lo fa. Prima di invocare nuove restrizioni, dovremmo discutere di università, affitti, salari e costo della vita.Una società che punisce senza ascoltare può imporre il silenzio, ma non costruisce fiducia. E una politica che considera i giovani soltanto quando rispettano le regole, ma li ignora quando chiedono diritti, rischia di perdere il contatto con il proprio futuro.
Perché le nuove generazioni non sono un problema da disciplinare. Sono una parte del Paese che chiede di essere ascoltata. E ascoltarla, prima di giudicarla, è il primo dovere di una democrazia.
iena delle piazze




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