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San Cristoforo e il “Muro del Piatto”: quando la memoria diventa un’opera collettiva di riscatto
Pubblicato il 18 Giugno 2026
C’è un punto preciso in cui una periferia smette di essere soltanto un luogo geografico e diventa una questione morale. San Cristoforo, a Catania, è uno di quei punti. Un quartiere che porta addosso stratificazioni di fragilità sociali, marginalità storiche e una narrazione spesso ridotta all’emergenza. Eppure, proprio qui, si sta costruendo qualcosa che prova a ribaltare questa grammatica del racconto: un’idea di memoria che non si limita a ricordare, ma che diventa azione, arte e responsabilità condivisa.
Il progetto prende forma attorno a una storia che appartiene all’immaginario più doloroso della città: quella dei cosiddetti “4 picciriddi di San Cristoforo”, i quattro adolescenti uccisi nel 1976 in un episodio che si è sedimentato nel tempo come simbolo di una violenza mafiosa capace di colpire anche i più giovani. Una vicenda che, al di là delle diverse ricostruzioni e delle narrazioni che l’hanno attraversata negli anni, continua a funzionare come ferita aperta nella memoria collettiva del quartiere.
Da questa ferita nasce oggi un tentativo di trasformazione: il “Muro del Piatto”, installazione artistica e progetto educativo che sta prendendo forma all’ingresso della Città dei Ragazzi Catania, in via Gramignani. Centinaia di piatti in ceramica, dipinti da bambini, studenti, cittadini e associazioni, compongono un mosaico che non ha la funzione di decorare, ma di mettere in scena una comunità che si riconosce e si riappropria dei propri spazi.
Il linguaggio scelto è quello dell’arte partecipata, ma il sottotesto è profondamente politico nel senso più ampio del termine: la costruzione di un bene comune attraverso la cura. Non è un caso che i colori utilizzati richiamino un codice identitario preciso – il nero della lava, il rosso del fuoco dell’Etna, il blu del mare e il bianco del futuro – come se il paesaggio naturale diventasse anche una mappa simbolica di appartenenza.
Nel frattempo, il progetto si prepara al suo momento centrale: l’inaugurazione prevista per il 7 luglio 2026, data che segna il cinquantesimo anniversario della scomparsa dei “4 picciriddi” e che viene assunta come punto di convergenza tra memoria e trasformazione sociale. È qui che il passato smette di essere soltanto commemorazione e diventa dispositivo pubblico, capace di generare nuove forme di relazione tra le persone e il territorio.
Nei mesi precedenti, il progetto ha già assunto una dimensione corale. Nei laboratori che hanno coinvolto scuole e realtà del quartiere, la produzione artistica è diventata un esercizio collettivo di immaginazione civica. Non un semplice intervento estetico, ma un processo che mette in discussione il confine tra chi osserva e chi costruisce lo spazio urbano.
In questo percorso si inserisce anche una delle prime elaborazioni grafiche del progetto, diffusa nei mesi scorsi, che rappresentava i volti dei “picciriddi”. Una fase iniziale che, secondo gli organizzatori, verrà superata nell’opera finale, prevista come qualcosa di profondamente diverso, ancora in trasformazione. Un passaggio che segnala un elemento interessante: l’opera non come prodotto concluso, ma come processo aperto.
«Ci sarà anche un’opera di design condiviso con i bambini», ha dichiarato il designer e docente IED Giuseppe (Bob) Liuzzo, sottolineando la natura partecipativa del progetto. Una dichiarazione che sposta ulteriormente l’asse dell’iniziativa: non soltanto rappresentare la memoria, ma farla attraversare da chi quella memoria la eredita senza averla vissuta direttamente.
Accanto a questo, il progetto si muove anche su un piano più ampio di rigenerazione urbana. Le fioriere realizzate per via Gramignani, la partecipazione delle scuole, il coinvolgimento di associazioni e percorsi educativi alternativi delineano un modello che prova a tenere insieme estetica e cittadinanza. Un tentativo, non nuovo ma sempre complesso, di trasformare lo spazio pubblico in un luogo di responsabilità condivisa.
Resta però una domanda più profonda, che attraversa tutto il progetto senza mai essere completamente risolta: cosa significa davvero “memoria attiva”? Se la memoria è solo celebrazione rischia di restare immobile. Se diventa invece pratica quotidiana, allora entra inevitabilmente nel conflitto tra presente e futuro. Ed è proprio in questo spazio che iniziative come il “Muro del Piatto” si giocano la loro credibilità.
Perché la vera posta in gioco non è soltanto ricordare ciò che è stato, ma capire se una comunità è ancora in grado di produrre senso a partire dalle proprie fratture. In un’epoca in cui le periferie vengono spesso raccontate attraverso l’assenza – di opportunità, di servizi, di prospettive – l’idea che proprio da lì possa nascere una forma di progettualità culturale non è affatto scontata.
Alla fine, il punto non è se un muro di piatti possa cambiare una città. Il punto è se una città sia disposta a cambiare il modo in cui guarda i propri muri. E, soprattutto, se sia pronta a riconoscere che anche nei luoghi più fragili può nascere una forma di futuro che non assomiglia a una promessa, ma a un lavoro condiviso.
MARTINA MOLINO.


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