Sicilia, “non solo la mafia dietro l’uccisione del prefetto Dalla Chiesa”. Lo ha sostenuto procuratore Grasso durante le celebrazioni


Pubblicato il 03 Settembre 2012

di iena antimafiaA margine della messa commemorativa, nel trentennale della strage di via Carini, il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso ha dichiarato che nel delitto del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa è possibile ipotizzare una componente non mafiosa, di un movente complesso e oscurato da tanti misteri. Le dichiarazioni del procuratore Grasso sono state udite da altri importanti vertici istituzionali presenti alla celebrazione, dal ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, al sindaco di Palermo Leoluca Orlando, al presidente dell’Ars Francesco Cascio. C’era anche la figlia del generale, Rita Dalla Chiesa ed esponenti delle forze dell’ordine. Grasso è intervenuto dopo la messa nella chiesa di San Giacomo dei militari all’interno della caserma intestata allo stesso Dalla Chiesa.Il procuratore ha ricordato che sono stati già condannati gli uomini della “cupola” e gli esecutori materiali. “Ma si può affermare – ha detto Grasso – che tutta la verità è stata accertata, che tutte le responsabilità sono state scoperte? Vi sono tante domande rimaste senza risposta giudiziaria per cui si deve sempre tendere a svelare, anche dopo trent’anni, le trame e i misteri nascosti”. Secondo la ricostruzione di Pietro Grasso il progetto di eliminare Dalla Chiesa sarebbe stato pensato addirittura tre anni prima del suo incarico di prefetto a Palermo. Nel 1979 Tommaso Buscetta, detenuto nel carcere di Cuneo, contattò un brigatista per sapere se le Br fossero disposte a rivendicare l’uccisione del generale. Uscito dal carcere, Buscetta apprese da Stefano Bontate che quel progetto nasceva dalla preoccupazione di “ambienti politici” che Dalla Chiesa, forte del successo contro il terrorismo, volesse “porsi a capo dello Stato con un’azione di forza”. Gaetano Badalamenti fece pure cenno a un collegamento con il caso Moro.Le indagini hanno poi fatto emergere quelle che Grasso ha chiamato “stranezze rimaste inspiegabili”. Ha citato due casi: la scomparsa di documenti custoditi nella residenza di Dalla Chiesa, dove funzionari della Prefettura andarono con il pretesto di recuperare lenzuoli per coprire i cadaveri, e l’irruzione sullo scenario dell’inchiesta di un falso supertestimone, Giuseppe Spinoni, che tentò un’opera di depistaggio. “E allora – si è chiesto il procuratore – fu solo mafia? O come per gli altri omicidi eccellenti come quello di Mattarella e di La Torre la mafia ha agito come braccio armato di altri poteri?”.Nel suo intervento Grasso ha ricostruito i cento giorni di dalla Chiesa a Palermo, la sua inascoltata richiesta di poteri di coordinamento investigativo, le ostilità dell’ambiente politico locale e perfino le maldicenze sulla differenza di età con la giovane moglie. Per questo, ha aggiunto il procuratore, “accanto alla responsabilità penale di autori e mandanti vi è anche la responsabilità morale di chi non l’ha ascoltato o l’ha privato dei mezzi per garantire libertà e democrazia, legalità e giustizia”. Dalla Chiesa tenne in ogni caso fede ai suoi forti principi etici. Pochi giorni prima di morire, ha ricordato Grasso, “certe cose si fanno per poter guardare in viso i nostri figli e i figli dei nostri figli senza avere la sensazione di doverci rimproverare qualcosa”.


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