Viaggio nel nulla catanese, terza puntata: il decoro. Secondo Gianni Coppola…


Un luogo brutto, abbrutisce. E Catania è un luogo brutto. Solo così possiamo spiegarci l’antropologia abbrutita che la abita. Di mutazione parlava Pasolini riferendosi al consumismo; di degenerazione parlo io riferendomi a Catania. La città vivibile, quella realizzata, non può prescindere dal decoro urbano. Teniamo in mente la definizione di città che ha dato Victor Hugo: libro di pietra. Il libro è grafica, impaginazione e argomento. Consideriamo i muri della città le sue pagine, i monumenti la storia narrata, le piazze e le strade la grafica. Che libro è Catania? É un libro dalle pagine sporche, urinate e insolenti, dalla storia inintelligibile e spesso non narrata, dalla grafica violentata, abusata, che si esprime con una tecnica ” celiniana”, quella a ” buchi”, dei punti di sospensione . É un libro che non produce significati, non è narrativo, dalla semantica sgraziata. Le città devono tener conto di due fattori: il tempo e lo spazio. Il tempo è il patrimonio, lo spazio lo strumento. La città è fatta di relazioni, di opportunità, e di progettualità. Ogni angolo della città dovrebbe( uso il condizionale, poiché di Catania parlo) raccontare una storia, così ogni ora della città diventa passato, che la città dovrebbe e potrebbe raccontare, ricorrendo a progetti capaci di sfruttare al massimo le opportunità che la stessa storia le offre. Quando un turista arriva in una città è il suo racconto che va cercando, e nella storia che il libro di pietra è capace di narrare che trova la giustificazione del suo viaggio. La restaurazione dei monumenti, la rigenerazione delle piazze, e la tematizzazione dei luoghi, sono impegni che la città non può trascurare. L’immagine è la sua unica ricchezza, perché è l’immagine che convince il turista; è l’immagine che attrae gli investitori; è l’immagine che è propedeutica alla città impresa; è l’immagine il prologo alla città spettacolo. Il diritto alla bellezza è il diritto “ costitutivo” della città. E Catania questo diritto lo ha sacrificato sull’altare del “ particulare” , dei bisogni individuali, dei desideri dei singoli, delle carriere politiche. I muri di palazzi storici imbrattati, una architettura iconica che genera ribrezzo( la statua di Garibaldi e gli Archi della Marina), strade dissestate e marciapiedi impraticabili; un Lungomare che da “balcone sul mare si è trasformato in disordinato magazzino della merce, con le piazze transennate, le ringhiere rugginose, la pavimentazione inesistente, e una pista ciclabile che è un’orrida deturpazione; mercati cittadini incontrollati e perlopiù incontrollabili, dove vengono abbandonati rifiuti di ogni genere, e che diffondono un fetore indescrivibile, entrambi allogati nel centro storico( quello che dovrebbe raccontarsi) della città( nessuno, ad esempio, ha mai pensato alla soluzione delle Barras scozzesi, cioè i mercati coperti, controllati e muniti di servizi); monumenti abbandonati al loro destino, e nessuna progettualità interessante rivolta al racconto della città. A tutto ciò, aggiungiamo il destino della periferia, definibile come “ l’altra città”. Catania è la città delle grandi periferie. Lì si decide il destino politico della città, è la periferia che misura le colpe e la capacità di futuro di una città. Le periferie di Catania sono un inno alla bruttezza, all’abbandono, all’anarchia. Nessun capitale simbolico, nessuna attrattiva architettonica, nessun tessuto relazionale. A Catania, le periferie non sono state “ centralizzate”, semmai è il centro ad essere stato “ periferizzato”. É un unico impasto di caos, disordine, bruttezza, aridità concettuale. Sembra la Tamara delle “Città invibili” di Calvino, fitto involucro di segni che il suo stesso cittadino non riesce a capire. Insomma, una città priva di anima che non sa raccontarsi. E a proposito di architettura iconica. Anni fa il mio amico Tino Vittorio, mente lucida e raffinata, lanciò una proposta che non era una provocazione: abbattere gli Archi della Marina e interrare i binari, autentico “sputo tumorale”. Buttare giù gli Archi della Marina sarebbe il primo passo verso una riformulazione estetica della città. Gli Archi sono brutti, sia perché rappresentano una interruzione tra il mare e la città, e come tutte le interruzioni producono uno choc urbanistico, e sia perché non consentono la realizzazione di un fronte mare che permetterebbe alla città di vivere il mare soprattutto come opportunità. Il rapporto dei catanesi con il mare si riduce a svago stagionale, mentre il rapporto con il porto si riduce alle serate maleducate, alla Vecchia Dogana, al Levante, al Filenz. Miseria progettuale, che produce miseria antropologica, che determina miseria socio-economica. Non c’è nessun rapporto sentimentale tra il catanese e il mare, oltre a non esserci nessuna rapporto imprenditoriale che migliori di fatto l’economia della città. C’è una resa, invece, una resa al destino, che ancora una volta è tracciato dalla inerzia e dalla rassegnazione. E poi, diciamocelo, gli Archi sono uno scaracchio architettonico, un oltraggio al concetto di ” bellezza”, un calcio ai testicoli di questa città. Abbatterli, consegnare il mare alla città, favorire la nascita di un polo di artigiani, concedere licenze commerciali che non siano solo per locali chiassosi e rissosi, incentivare il settore del ricevimento e dello spettacolo serio, e non quello neomelodico o della trap che imperversa oggi. Ma solo proporlo suscita l’indignazione di molti catanesi. Dicono la Storia, ma se di storia dobbiamo parlare, gli Archi non hanno storia, non hanno neanche assistito all’unificazione d’Italia. Il carattere misoneista del catanese viene in superficie. La squadra di calcio doveva per forza avere la matricola 11700, questione di vita o di morte. Nessuno doveva andare allo stadio: oggi, invece, sono tutti allo stadio, con spirito e vigore ritrovato. La città deve rigenerarsi, la sua essenza è il divenire, sennò si rischia di fare la fine di Zora, altra città invisibile visitata da Marco Polo e descritta da Calvino. “ obbligata a restare immobile e uguale a se stessa per essere meglio ricordata, Zora languì, si disfece e scomparve. La Terra l’ha dimenticata”.

Gianni Coppola.


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