Arancino o arancina? Il derby siciliano che si gioca meglio a tavola


Pubblicato il 13 Agosto 2026

Lui catanese, appuntito e orgogliosamente maschio. Lei palermitana, rotonda e rigorosamente femmina. Catania e Palermo riescono a dividersi persino davanti a una vocale. Ma quando entrano in campo riso, ragù e quella irresistibile crosta dorata, la rivalità diventa una delle storie più gustose della Sicilia.

di Leda Morana

Mettiamoli uno accanto all’altra.

Il pallone è al centro, un fischio d’inizio e il derby può cominciare.

Lui, l’arancino catanese, ha carattere, spalle larghe e una punta che, almeno nell’immaginario cittadino, non potrebbe ricordare altro che l’Etna. Lei, l’arancina palermitana, è rotonda, generosa nelle forme e sul proprio genere non ammette esitazioni.

Maschio a Catania, femmina a Palermo.

In mezzo, inevitabilmente, un derby.

Perché tra le due città siciliane persino una vocale può diventare questione di appartenenza. E guai a sbagliarla nel posto sbagliato.

La disputa, però, ha fondamenta linguistiche molto più serie di quanto faccia sorridere. L’Accademia della Crusca riconosce una Sicilia divisa: arancina, prevalentemente nella parte occidentale, arancino in quella orientale, con una diffusione che nei diversi centri dell’Isola conosce anche le sue eccezioni. Nel siciliano il frutto dell’arancio è aranciu e il diminutivo arancinu: il maschile catanese conserva dunque il modello dialettale. Il femminile palermitano segue invece l’italiano arancia, distinguendo il frutto dall’albero, arancio.

Pareggio, dunque. Almeno per la grammatica.

La storia rende la partita ancora più divertente. Nel Dizionario siciliano-italiano del palermitano Giuseppe Biundi del 1857 compare proprio arancinu, al maschile, e indica addirittura una preparazione dolce di riso dalla forma della melarancia. Le successive testimonianze ottocentesche ci accompagnano progressivamente verso la pietanza che conosciamo oggi. Sullo sfondo rimane l’influenza della cultura araba, che del riso, delle spezie e degli accostamenti agrodolci fece una delle eredità più profonde della cucina isolana.

Dalla linguistica si passa alla rosticceria. Ed è qui che il derby si fa serio.

A Catania il cono dorato richiama simbolicamente l’Etna: riso, ragù, piselli, formaggio filante, panatura e frittura. A Palermo l’arancina tradizionale è invece rotonda, quasi a rivendicare anche nella forma la parentela con l’arancia. Le grandi protagoniste sono quella alla carne, con ragù e piselli, e quella al burro, generalmente più allungata, con prosciutto, formaggio e besciamella. Intorno alle versioni classiche si è aperto un universo di interpretazioni: Norma, pistacchio, funghi, verdure, pesce, ricotta e persino varianti dolci.

A Palermo l’arancina non appartiene soltanto alla rosticceria: entra nel rito e nella memoria collettiva della città. Il 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, la tradizione vuole che si rinunci a pane e pasta e sulle tavole arrivino cuccìa e arancine, preparate nelle diverse varianti e condivise in famiglia. Per un giorno la regina della tavola calda diventa protagonista di una consuetudine religiosa e popolare che attraversa generazioni. E stabilire dove si mangi la migliore resta impresa ardua: tra bar, friggitorie e ricette custodite nelle case palermitane, quella preparata in famiglia conserva sempre il sapore difficile da mettere in gara.

Catania ha invece trasformato la competizione in trofeo con l’Arancino d’Oro, chiamando i maestri della tavola calda a confrontarsi su uno dei prodotti più identitari della città.

E Palermo non è rimasta certo a guardare: nell’aprile 2026, a Mondello, è stata realizzata un’arancina da 62,3 chilogrammi.

Quando si dice che tra Catania e Palermo nessuno vuole arrivare secondo.

Ma concediamoci anche uno sguardo nutrizionale, perché sotto quella panatura c’è molto più di uno sfizio.

Riso e panatura apportano prevalentemente carboidrati; carne, formaggi e altri ingredienti del ripieno contribuiscono con proteine e grassi; i piselli aggiungono anche fibra e micronutrienti. Per composizione e ricchezza l’arancino può dunque assumere le caratteristiche di un piatto unico, più che di un semplice spuntino. Proprio per questo contano dimensioni, ingredienti, qualità della frittura e frequenza di consumo. Una buona alimentazione non deve cancellare la tradizione: deve insegnarci a gustarla nella giusta quantità, con la corretta frequenza e all’interno di uno stile di vita e di un’alimentazione sana.

La Dieta Mediterranea, del resto, non è mai stata una triste collezione di rinunce, ma uno stile di vita sano fondato sulla varietà, sull’equilibrio, sulla stagionalità, sulla convivialità e sulla cultura del cibo.

E oggi questa storia acquista un significato ancora maggiore. Dal dicembre 2025 la cucina italiana è iscritta nella Lista rappresentativa del Patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO: non una singola ricetta, ma quell’insieme di saperi, gesti, rituali e consuetudini attraverso cui il cibo costruisce identità, comunità e memoria e viene tramandato da una generazione all’altra.

Difficile immaginare qualcosa di più siciliano.

Perché dietro quella vocale ci sono donne e uomini, nonne e rosticcieri, ricette familiari, dialetti, feste religiose, campanili e quel modo tutto nostro di difendere una preparazione come se ne andasse dell’onore della città.

Catania continuerà a vedere l’Etna nella punta del suo arancino. Palermo continuerà a riconoscere l’arancia nella rotondità della sua arancina.

Lui e lei.

Maschile e femminile.

Catania e Palermo.

Continuiamo pure a discutere: sarebbe quasi un peccato smettere.

Perché certe rivalità dividono soltanto nel nome. A tavola, invece, raccontano la stessa Sicilia. Il derby può anche finire in parità: quando a scendere in campo sono tradizione, cultura e sapori, a vincere è sempre la Sicilia.


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