Il passato non può continuare a spacciarsi per futuro


Pubblicato il 04 Luglio 2026

di Guido Libero.


C’è qualcosa di profondamente simbolico nell’immagine di un ultranovantenne e di un uomo prossimo agli ottant’anni che, dopo sedici anni di lontananza, decidono di incontrarsi per oltre due ore per fare pace. Accanto a loro un trentenne, sorridente, quasi compiaciuto di assistere a quella che viene presentata come una riappacificazione storica.
La scena potrebbe perfino commuovere, se non fosse che il suo significato politico impone qualche riflessione.
Come spesso accade con l’avanzare dell’età, i ricordi si trasformano facilmente in certezze. Si rievocano i tempi in cui “la politica era un’altra cosa”, si guarda con sufficienza alle nuove generazioni, considerate inesperte, impreparate, inadeguate. Si alimenta così la convinzione che solo chi ha già governato possa continuare a farlo, perché nessun altro sarebbe all’altezza.
E così, invece di immaginare un passaggio di testimone, si decide di ricostruire una squadra. Naturalmente — si dice — per il bene della Sicilia. Per il bene della sanità. Per il bene dell’acqua. Per il bene dell’energia. Per il bene degli aeroporti, o almeno di qualcuno di essi. E, naturalmente, per il bene dei siciliani.
Peccato che proprio quei settori siano stati, per decenni, amministrati, indirizzati o profondamente condizionati dalle stesse classi dirigenti che oggi si ripresentano come la soluzione ai problemi. Se oggi la sanità soffre, se la gestione dell’acqua continua a mostrare criticità, se sull’energia e sulle grandi infrastrutture la Sicilia paga ritardi e occasioni perdute, non si può fingere che tutto ciò sia avvenuto senza responsabilità politiche. E quelle responsabilità, piaccia o no, appartengono soprattutto a chi per decenni ha avuto il potere di decidere.
È difficile proporsi come i pompieri dopo essere stati, almeno in parte, tra coloro che hanno alimentato l’incendio.
Ancora più singolare è il ruolo del giovane testimone dell’incontro. Il suo sorriso rischia di apparire più come compiacimento che come speranza. Più che limitarsi ad assistere alla riconciliazione dei “padri nobili”, dovrebbe interrogarsi sul significato politico di quella fotografia. Perché il rischio è quello di diventare il tedoforo di una staffetta che, invece di portare innovazione, riconsegna il testimone sempre agli stessi protagonisti.
La politica, soprattutto in una terra giovane come la Sicilia, non ha bisogno dell’eterna riproposizione delle medesime leadership. Ha bisogno di idee nuove, di responsabilità nuove e di una classe dirigente che abbia il coraggio di costruire il futuro invece di amministrare il passato.
Gli anziani meritano rispetto. La loro esperienza rappresenta un patrimonio prezioso quando diventa consiglio, memoria e guida. Ma nessuna esperienza può trasformarsi in una rendita perpetua di potere.
Gli antichi siciliani, con la loro proverbiale saggezza, avevano già trovato le parole giuste per descrivere situazioni come questa: “U pruvatu nun si prova cchiù, picchì cchiù u provi e cchiù duru u trovi.”
Tradotto: “Il provato non riprovarlo, perché più lo provi e più duro lo trovi.”
Forse è proprio questa la lezione che la politica siciliana dovrebbe finalmente imparare.


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