Il cane di Carlo II e il Potere muscolare: Meloni, Trump e il pregiudizio ritrovato


Pubblicato il 21 Giugno 2026

Si racconta che quando a Carlo II d’Inghilterra presentarono una giovane donna capace di discutere fluentemente in greco e latino, il sovrano non si scompose,  commentò che vedere una donna istruita era come osservare un cane che cammina sulle zampe posteriori: non è fatto bene, ma si resta sorpresi. Quell’aneddoto del Seicento, sospeso tra lo stupore e la svalutazione, sembra riecheggiare oggi nei corridoi della diplomazia internazionale, proiettando un’ombra lunga sull’ultimo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni.

Il rapporto tra il tycoon e la premier italiana è passato rapidamente dalle dichiarazioni sulle “nazioni sorelle” a un clima di gelo polare. Se inizialmente Meloni era stata dipinta come il possibile ponte tra la vecchia Europa e la nuova amministrazione americana, i recenti scambi al vertice hanno rotto l’incantesimo. Trump non ha risparmiato critiche aperte, puntando il dito sui cali di popolarità della premier, mentre lei ha risposto rivendicando la serietà di un’agenda politica che non accetta sminuimenti.In questo scenario si inserisce l’episodio del presunto selfie, che Trump ha utilizzato per tentare di ridicolizzare la premier, dipingendola come una figura in cerca di approvazione. Tuttavia, la realtà dei fatti ha smentito categoricamente questa narrazione: Meloni non ha mai chiesto quel selfie, né ha cercato quel tipo di contatto.

La verità è emersa con forza grazie ai media americani, che hanno svelato come la versione di Trump fosse una menzogna costruita ad arte per sminuire l’interlocutrice. Per questo motivo, la stampa d’oltreoceano sta ora attaccando duramente il tycoon, smascherando un metodo basato sulla distorsione della realtà per fini di potere.

Qui, però, emerge un paradosso tutto nostrano: mentre i media americani difendono la verità dei fatti e attaccano Trump per la sua condotta scorretta, buona parte della stampa italiana sembra muoversi in direzione opposta, finendo paradossalmente per dare la colpa a Meloni. Si assiste a una sorta di cortocircuito informativo dove la vittima dello sgarbo istituzionale e della menzogna viene messa sul banco degli imputati dai propri cronisti nazionali.Questa dinamica alimenta una narrazione pericolosa, sostenuta anche da settori dell’opposizione, che suggerisce come la premier “in fondo se l’è cercata”.

È un tipo di retorica che ricorda tristemente i pregiudizi più duri a morire: l’idea che se ricevi un attacco verbale, la colpa sia della tua esuberanza o del non essere rimasta al tuo posto.In conclusione, questo parallelismo è inquietante: è la stessa logica di chi sposta l’attenzione sulla lunghezza di una minigonna per giustificare una violenza. In questo scontro tra il vecchio modo di intendere il comando e la necessità di una nuova autorevolezza, la sfida di Giorgia Meloni diventa un banco di prova per capire quanto siamo davvero pronti a superare, una volta per tutte, il pregiudizio di re Carlo II.

Libero Catanese.


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