La seconda giornata del Catania Book Festival tra memoria e contemporaneità: Grasso e Yılmaz conquistano il pubblico


Pubblicato il 25 Aprile 2026

Con l’ex procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso e il suo libro “U Maxi. Dentro il processo a Cosa Nostra” (Feltrinelli, 2026), la seconda giornata del Catania Book Festival ha confermato la sua vocazione a intrecciare narrativa, memoria e attualità. L’auditorium del Palazzo della Cultura, strapieno, ha accolto con grande calore Pietro Grasso, intervistato dal direttore del quotidiano “La Sicilia” , Antonello Piraneo. Grasso fu giudice a latere del maxiprocesso. Nel suo libro racconta dall’interno i 40 anni dal procedimento che ha cambiato la storia d’Italia restituendo una narrazione rigorosa e accessibile di una delle pagine più decisive della storia repubblicana. 

Il racconto si è soffermato sulla lunga scia di violenza mafiosa che precedette il maxiprocesso, delineando un contesto segnato da omicidi eccellenti e da una diffusa negazione dell’esistenza stessa della mafia. Grasso ha ricordato come proprio in quegli anni si consolidò il lavoro del pool antimafia, con figure come Giovanni Falconee Paolo Borsellino, determinanti nel cambiare il paradigma investigativo.

Nel corso dell’incontro, Grasso ha ripercorso anche la sua esperienza personale, dalla chiamata inattesa a far parte del collegio giudicante fino alle difficoltà quotidiane di una vita sotto minaccia. Il suo intervento ha mantenuto un tono diretto, segnato da una memoria ancora viva e da una forte carica emotiva. Come quando Grasso informò Giovanni Falcone di essere diventato giudice a latere: “Lui mi squadrò dall’alto verso il basso e poi con un sorrisetto ironico, come di chi ti sta per tirare un tiro mancino, mi disse: vieni con me. Aprì una porta e mi disse: “Ecco ti presento il massimo processo!”. Entrai nella stanza e mi si gelò il sangue: nelle quattro pareti gli scaffali salivano sino al tetto. C’erano 120 faldoni con 400.000 fogli da studiare perché allora il processo era diverso. I giudici istruttori raccoglievano le prove, e i giudici che dovevano giudicare dovevano conoscere tutto quello che avevano fatto. Iniziai a studiare”.

L’apertura internazionale è arrivata con Serra Yılmaz e il suo Cara Istanbul (Rizzoli), memoir che intreccia autobiografia e trasformazioni urbane, restituendo il ritratto di una città sospesa tra tradizione e modernità. Anche per Ylmaz, che ha parlato della sua infanzia, della sua famiglia, 

sala gremitissima.

Fin dalla mattina, il festival ospitato al Palazzo della Cultura, ha costruito una proposta articolata. Dalla riflessione storico-scientifica di Giorgio Franchetti su “L’apicoltura nel Mediterraneo antico” che ha offerto uno sguardo interdisciplinare capace di connettere archeologia, economia e ambiente, alla proposta della scrittrice Giovanna Giordano che con il suo  Passbroken (Apalos) esplora identità e resilienza attraverso una narrazione stratificata e simbolica. Con il workshop di Manuela A. De Quarto, co fondatrice della scuola Tiresia, è stato illustrato il “viaggio” del personaggio destinato ad attraversare un momento di crisi seguito dal cambiamento e dal climax finale.

Il programma ha confermato una solida apertura ai generi: dalla narrativa per ragazzi con Quando ho smesso di essere perfetto (BeMore) di Mauro Li Vigni, racconto di formazione sulle fragilità adolescenziali, fino alle storie di confine e memoria come Il tuo nome nel bosco (Rizzoli) di Francesca Maccani.

Nel pomeriggio, momento di massima affluenza, Emanuele Malloru ha catalizzato l’attenzione con Affondare con stile (Mondadori), confermando l’efficacia di una narrazione diretta, nata dall’esperienza social e capace di raccontare senza filtri le fragilità contemporanee. La catanese Barbara Bellomo ha presentato L’incartatrice di arance (Garzanti), ricostruzione insieme storica e romanzata della figura dell’ imprenditrice visionaria Concetta Campione, nella Catania di inizio Novecento.

La serata è proseguita con Alice Oliveri e Una cosa stupida (Mondadori), romanzo che si inserisce nel filone della narrativa generazionale contemporanea. Le schede editoriali sottolineano un approccio lucido e disilluso, capace di raccontare le contraddizioni emotive e sociali dei giovani adulti.

Amatissimo dai più giovani, il Trono del Muori, alias Cesyro, ha portato sul palco “La Muorissea” (Mondadori), una rilettura irriverente e contemporanea del mito di Odisseo, capace di dialogare con il pubblico più giovane attraverso un linguaggio diretto.

Il gran finale è stato affidato a Marco Cappato e al suo Credere, disobbedire, combattere (Rizzoli), un saggio sul fine vita che affronta il nodo tra libertà individuali e responsabilità collettiva.

Non è mancata la componente esperienziale: laboratori come “Yoga a colori” e workshop creativi hanno coinvolto direttamente il pubblico, mentre la lectio brevis di Lina Maria Ugolini ha dialogato con il pubblico sulla natura della poesia, della musica e del narrare. 

A completare il quadro, la mostra Resistenza, responsabilità e grafica, promossa dall’Accademia di Belle Arti di Catania e curata da Gianni Latino, ha portato al centro il dialogo tra memoria storica e linguaggi visivi contemporanei. I 42 manifesti esposti, realizzati da studenti e ricercatori, hanno offerto una riflessione visiva sull’81° anniversario della Liberazione, dimostrando come il design possa essere strumento critico e civile.

Catania book festival può contare sul patrocinio gratuito di Cambia, Maggio dei Libri, ARS (Assemblea Regionale Siciliana), Rete barocco eventi Unesco, Città di Catania, Università di Catania, Università Kore di Enna, Accademia di Belle Arti di Catania, Conservatorio Vincenzo Bellini, ANPI, Lips Lega italiana Poetry slam e sul sostegno di Ersu, Fondazione Federico II Palermo; Mobility partner: AMTS, FCE (Ferrovia Circumetnea). Hospitality partner: Camplus, Verso Food & Beverage partner: Katane e Sygla.


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