Politica e Religione: “Cesare Enzo Augusto” e la festa di S.Agata


Pubblicato il 08 Febbraio 2015

di Iena Malalingua

Nei tombini c’è scritto: SPQC – il senato e il popolo di Catania. Qualcuno l’avrà letto, e si sarà montato la testa. Anni trascorsi appiccicati alla tv a vedere Spartacus, con papà Douglas, o il Gladiatore di quel quarto di manzo di Russel Crowe, e invece la Storia scorreva un po’ sotto l’Amerano, nelle tubature delle acque fognarie. Così, sotto “Enzo Bianco II”, il “Signore dei tondelli”, è rinato l’Impero. Perché in Italia si è antifascisti in tutto fuorché nella magniloquenza. Anticlericali, e addirittura anticristiani in ogni cosa, con uno spirito nichilista che, a volte, va contro la ragione. Ma se c’è da accompagnare la Santuzza nessuno si tira indietro.

Cittadini tutti e tutti devoti: lo Stato che si vuole fare Chiesa. Lo abbiamo visto all’ultima festa di Sant’Agata, Enzo Bianco è divenuto il nuovo basileus della politica italiana – un imperatore romano, ma di quelli dell’Oriente, che nel IV secolo dirimevano contese teologiche e indicevano Concili ecumenici.

Ha le carte giuste, “Cesare Enzo Augusto”, perché al suo fianco, come pontifex maximus c’è Orazio Licandro, professore di diritto romano, soprattutto gran liturgista di parate laico-culturali. L’unico, va detto, ad essere stato capace (o forse è il clima di fame che genera aspirati clienti?) di mettere in mano l’incensiere ad intellettuali di sinistra (e ci sta) e anche di destra (o sedicenti tali, o comunque pecore che pascolano nei campi del centrodestra nazionale), per una parata lunga quattro anni, fatta da candelore piccole e grandi, liotri d’argento e di pietra, ecc.

Ci aveva abituati a luminose liturgie laiche, illuministiche ma soprattutto illuminate, a candelabri giganti e ad alberi che diventavano piramidi, esordendo, per giunta, con uno di quei colpi sensazionali, che sono presagi di un regno illuminato. L’abbattimento del Tondo Gioieni? O le passeggiate in bici nell’isola del Lungomare, eventi catastrofici per le anime degli automobilisti spazientiti, soprattutto imprecanti?

No, l’illuminazione venne accesa con il registro delle unioni civili, al fine di portare Catania nell’Olimpo della laicità, la quale, ormai un po’ stancamente, cerca di combattere i dogmi delle Chiesa, perché davanti a quelli del Mercato s’è già messa supina (e qui la mano si ferma per decenza).

Ora, tutto cambiato? Apparentemente sì. I catanesi, devoti col sacco, hanno visto uno spietato Diocleziano diventare manco un equilibrato Costantino, bensì un partigiano Teodosio I – cattolico, apostolico, romano, candelora-munito. Non c’è stata occasione durante quest’ultima festa di sant’Agata, infatti, in cui “Cesare Enzo Augusto” non sia apparso tra schiere di devoti ad osannare una catanese poco illuministica, certamente bigotta cattolica, sicuramente poco propensa a moderni sincretismi, tanto da farsi ammazzare per il Nazareno – non il patto, ché quello è morto e manco è risuscitato.

E allora? Non era laico, Enzo? Non era repubblicano? Non voleva uno Stato laico, una Catania laica, una politica laica, un lenzuolo, una coperta, un grembiule, un mestolo – tutto laico, perfino i tombini delle fogne: SPQLC – il senato e il popolo laici di Catania?  È che la storia si ripete. I Romani lo sapevano bene: tollerare tutti i culti, ma guai a chi mette in dubbio il dominio di Roma. Così, “Cesare Enzo Augusto” è amorevole con tutti: parla con i mussulmani, va a braccetto con i buddisti, si carica le candelore dei cattolici, accende le candele dei laici….

C’è, in fin dei conti, un solo culto che vale la pena tenere vivo – quello del potere.

 

 

 


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