Referendum e “ideali costituzionali”: vince il “core business” della “brava borghesia”


Pubblicato il 24 Marzo 2026

In mezzo ad un “diluvio” di manipolazioni da terza elementare, cosa resta di questa “ondata popolare”?

L’Italia ha respinto il referendum. La modifica costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati è stata affossata con una maggioranza netta, suffragata da un’affluenza che qualcuno — con la faccia tosta che solo la politica italiana sa produrre — ha già provveduto a rivendicare come proprio merito. Bene. Prendiamone atto. E poi, con la calma di chi non deve eleggere nessuno, proviamo a capire cosa è successo davvero.
Perché quello che è successo davvero, al netto dei trionfalismi e delle narrative preconfezionate, è qualcosa di molto più interessante — e molto più sconfortante — di una semplice vittoria democratica.
Il referendum è stato trasformato, con abilità degna di migliori cause, in un sondaggio pro o contro Meloni. Non più: sei favorevole alla separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti? Ma: sei dalla parte del governo o no? È questa la domanda reale che molti cittadini si sono trovati a rispondere, entrando in cabina.

E il Sud — Sicilia, Campania, Calabria in testa — ha risposto compatto: No. Storicamente ancorato al centrodestra, ha votato contro il centrodestra. Storicamente diffidente verso la magistratura, ha votato per blindarla. Storicamente assente quando si tratta di riforme strutturali, stavolta si è presentato alle urne.

Come si spiega questo cortocircuito? Con una parola sola: core business.

Perché la magistratura, così com’è — opaca, corporativa, non riformata — non è soltanto un potere dello Stato. Per certe caste di avvocati (conserveremo a lungo le parole di alcuni principi del foro con le foto che li ritraggono assieme ai rappresentanti della magistratura….), per certi imputati eccellenti, per certi politici navigati, è un ecosistema redditizio. Un sistema di equilibri, di rapporti, di convenienza reciproca che funziona perché funziona così. Cambiarlo significherebbe rifare le regole del gioco. E nessuno vuole rifare le regole quando il gioco, per lui, va bene.

Restano tante, poi, le cose non dette ai “poveri diavoli “che credono in questa “giustizia”: prima cosa, che quella che chiamano “giustizia” ha dei costi salati e senza money anche qui non vai da nessuna parte.

Una “giustizia” ferocemente classista che tratta le persone come numeri. Pensate bene alle facce di chi la difende (difesa idelogica, tipico caso di falsa coscienza) questa roba e poi, ogni tanto, fatevi due domande.

La difesa della Costituzione — nobile parola, spesso nobile alibi — è stata il mantello con cui si è coperta la difesa dell’interesse personale. L’interesse personale di chi, in un sistema giudiziario riformato, avrebbe meno carte da giocare. Meno margini di manovra. Meno corridoi da percorrere . Non si è difesa l’indipendenza della magistratura. Si è difesa la sua immunità. E l’elettore del Sud — quello vero, quello che di solito si muove quando c’è qualcosa di concreto in ballo — stavolta non ha avuto la sua dose di incentivo. Nessun buono benzina. Nessuna promessa di assunzione. Nessun capoclan di quartiere a indicare la casella giusta. E quindi, in larga parte, è rimasto a casa.

Non per convinzione. Per indifferenza. Per assenza di utilità personale. 

A proposito, dimenticavamo…

A questo punto, per Catania, visti il dato eccezionali del “No”, con annessa affermazione di “città progressista”, si potrebbero attivare una serie di quesiti: il primo, il Pd deve porsi come possibile forza di governo al posto di FdI? La responsabilità di rispondere all’ “appello democratico” del “popolo catanese” necessita di una risposta. Magari in luoghi aperti al pubblico e non come sempre accaduto in passato nel “salotto bene” dove il “No” e il “Si” sono trattati come diversivi per gonzi.

Iena che osserva.


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