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Cronache del Regime catanese: il Prefetto Mori insegna sull’audizione della Federico
Pubblicato il 13 Ottobre 2016
di marco pitrella
“Non sussistono le condizione per l’accesso” di verifica degli atti amministrativi per l’eventuale presenza di condizionamenti mafiosi al Comune di Catania; così parlò Maria Guia Federico, Sua Eccellenza il Prefetto di Catania, dopo l’audizione in Commissione Nazionale Antimafia.
Nell’ascoltare la Federico anche a chi è garantista per natura & per cultura vengono in mente le parole di quel Cesare Mori, “Prefetto di ferro”, che mandato dal fascismo in Sicilia a combattere cosa nostra, sosteneva che “il vero colpo alla mafia sarà dato rastrellando non solo i fichi d’india ma […] i grandi palazzi padronali e, perché no, qualche Ministero”. Roba del “ventennio”.
Oggi – mica è stato chiesto dalla Commissione lo scioglimento del Comune – s’è escluso persino “il minimo sindacabile”, l’accesso agli atti, appunto, a Palazzo degli Elefanti, sebbene sia conclamato che fra gli eletti, in consiglio comunale e municipalità, vi siano legami di parentela con persone che si presumono vicine ad ambienti mafiosi.
Certo, se il suddetto “non expedit prefettizio” fosse accaduto con gli “Stancagnini” d’una volta, chi l’avrebbe sentite le urla! dei “cittadini portavoce” della Catania (per) bene.
Ma di questi tempi la società è civile, si sa.
Troppo facile che l’accesso agli atti varrà solo per Librino; “m’è l’ha chiesto Rosy Bindi, ha affermato la Federico: quando tra il diritto e favore l’unità di misura diventa “il quartiere”.
Troppo comodo l’accesso negato per il Comune; “non esiste un condizionamento dell’ente […]”, motiva sempre la Federico: “manca l’attualità del problema (mafioso ndr)”.
Ammesso che manchi “l’attualità del problema” mafioso rimane comunque “l’attualità” del secolare problema agricolo. Per risolverlo, però, non basterà “rastrellare i fichi d’india ma occorrerà dare un colpo ai palazzi padronali”: insomma, quel che avrebbe fatto Cesare Mori contro la mafia.



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