Cari compagni, uscite dalla bolla


Una volta, dopo una riunione in una piccola e fumosa sezione di partito, un vecchio compagno mi disse: “Sai qual è l’unico modo per farcela alle elezioni? Non farci vedere, non farci notare, perché più ci conoscono, più ci sentono parlare, più perdiamo voti”. Lì per lì, quelle parole, mi suonarono come una divertente provocazione, un eccesso di autocritica motivato dalla stanchezza che era sopravvenuta dopo ore di discussione, di accorati interventi, di mozioni d’ordine, di confronto senza esclusione di colpi che a tratti era degenerato in una sorta di Fight Club.

E però, sulla strada verso casa, ripensando a quel lungo pomeriggio, l’unico “frame” che resisteva nella mia mente erano le parole tranchant del compagno. Non le raffinatissime analisi della fase, non le accuse incrociate di intelligenza con il nemico, non le dispute sulle virgole, non le disfide sui numeri, non la gara a chi fosse più comunista. Ma solo quel piccolo sfogo sfuggito al compagno prima di congedarci: “Meno ci conoscono, più voti prendiamo”.

E in effetti, mi chiedevo, cosa avrebbe pensato la signora con le buste della Sma che, come me, aspettava il 21 al capolinea di piazza Stesicoro, se avesse assistito alla riunione da cui ero reduce? E l’autista? E l’uomo con la tuta sporca di vernice seduto in fondo al bus? E il gruppo di ragazzi di quartiere che prendevano l’autobus della sera per tornare alla Sacra Famiglia, a Piazza Eroi d’Ungheria, in via Palermo, in Corso Indipendenza, a Nesima, a Monte Pò, a San Berillo? Che film avrebbero visto? Avrebbero deciso di votare la nostra lista? Sarebbero stati avvinti dal nostro programma e dalle nostre analisi? Che pure, avevano la pretesa, forse un po’ fuori portata, di rappresentare proprio loro, le“masse popolari”, quelli che prendono l’autobus per tornare in periferia dopo una dura giornata di lavoro, inconsapevoli delle attenzioni e delle premure che andavamo loro dedicando nel corso delle nostre discussioni torrenziali.

Mi vergognai un po’ di quei pensieri. Non è che stavo cedendo al “plebeismo”? Non è che in realtà, per dirla con l’irriverente sarcasmo di Brecht, se il popolo non capisce occorre cambiare popolo, perché così ha deciso il comitato centrale? No, non era “plebeismo, “etichetta” in voga a quei tempi, ma la consapevolezza, dolorosa, di un militante, che quello che avrebbero visto le persone “comuni”, quelli che avremmo voluto rappresentare, quelli che non fanno politica h 24, quelli che avevamo evocato per tutto il pomeriggio come fossero il Fantasma dell’Opera, era l’incontro di un gruppo di signori perbene ma strani, perlopiù benestanti, animati da lodevolissime intenzioni ma un po’ criptici, rissosi e inconcludenti, o comunque incapaci, per dirla all’antica, di incidere sullo “stato di cose esistenti”.

Arrivai alla conclusione che il vecchio compagno aveva ragione. Che era tutto sommato una fortuna che i nostri dibattiti rimanessero confinati nei nostri piccoli “gusci mistici”, in un’ottica di riduzione del danno. Allora, il partito in cui per un breve periodo ho militato, aveva ancora, tutto sommato, percentuali dignitose per una formazione di sinistra radicale, era capace di esprimere corposi gruppi parlamentari e, più in là, persino qualche ministro.

Sono passati molti anni da quella sera e quel partito non c’è più, scorporato in più micropartiti e tanti piccoli gruppi dirigenti ancora più litigiosi e irrilevanti, in molti casi gli stessi di quegli anni, in perenne guerra tra loro, impegnati a “contendersi” come iene affamate i resti di una “carcassa” su cui è rimasto solo qualche residuo frammento di pelle, a duellare sulle macerie di una sinistra pressoché estinta, assente dai luoghi del disagio e del conflitto, aggrappata disperatamente all’unica speranza di rosicchiare, spesso con colpi bassi, per non dire bassissimi, qualche voto a quelli più vicini, o di superare quel maledetto 3% alle elezioni e tirare avanti così, come sempre, finché dura.

Solo una cosa è cambiata da allora: che adesso, il Fight Club, non si fa più nella piccola sezione di partito (quanto mancano), al riparo dagli occhi e dal giudizio delle “masse popolari” che si vorrebbero rappresentare, ma si manifesta su Facebook, l’ultimo rifugio di dirigenti senza popolo, dei “mercanti” senza merce, scenario di guerra di piccole ed inesauste “armate Brancaleone” che si sfidano da settimane a colpi di post, commenti e attacchi personali stile Napalm 51, riuscitissimo personaggio di Crozza, generando negli “spettatori” (votanti) quell’effetto “pollaio” che aumenta il rischio di essere notati, “conosciuti” e dunque, secondo la teoria del vecchio compagno, di perdere voti, gli uni, e gli altri. Cosa penserebbe lo sfortunato navigatore, che sia esso un operaio o una studentessa di vent’anni, che si trovasse suo malgrado ad assistere a tale spettacolo? Riterrebbe degni di fiducia politica i protagonisti di questo teatrino che, ancora in queste ore, sta andando in scena su qualche profilo Facebook? Varrebbe anche qui la teoria del vecchio compagno?

L’auspicio, credo condiviso da tanti altri semplici elettori di sinistra come il sottoscritto, è che in quest’ultimo scampolo di campagna elettorale, gli uni e gli altri riescano a liberarsi dalle catene dell’algoritmo, a uscire da quelle micidiali filter bubble in cui sono ingabbiati e riconnettersi con la realtà. A dedicare una piccola parte del tempo impiegato ad ingaggiare guerre su Facebook ad un giro in un quartiere, in un condominio, in un chiosco, in una spiaggia, al capolinea dell’Amt, in una fabbrica, dove nove operai su dieci non votano più né gli uni, né gli altri. Lì dove vive quel mondo reale in cui le elezioni sono sovente considerate poco più che una scocciatura, un inutile rito che si ripete sempre uguale senza che nulla cambi, e non invece un modo, non l’unico e non il più importante, per provare a cambiare la società.

Massimo Malerba

Nella foto di copertina “L’Armata Brancaleone” di Mario Monicelli


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