Per “Un uomo da bruciare”


Pubblicato il 16 Maggio 2026

Nell’81° anniversario dell’assassinio mafioso di salvatore Carnevale

a cura di Felice Rappazzo.

I

La drammatica vicenda umana di Salvatore Carnevale, così come, alcuni anni prima, quella di Placido Rizzotto e, più avanti nel tempo (oltre un quarto di secolo dopo), quella di Peppino Impastato, è un esempio di quell’ antimafia sociale che ha costituito un decisivo pezzo della lotta di classe in Sicilia; una modalità di lotta poco ricordata dai media, e in verità anche dalla considerazione generale della società civile. La rinuncia alla mediazione con l’avversario mafioso e al compromesso istituzionale segnano queste figure e, in generale, i soggetti collettivi di questa forma di antimafia. Non dobbiamo dimenticare mai questo contesto, quando parliamo di vittime “non eccellenti” della mafia; in particolare quando essa era diretta espressione del potere economico e anche simbolica espressione del latifondismo ormai in fase di trasformazione come mafia degli appalti, dello “sviluppo” edilizio e della droga. E dentro le lotte contadine dobbiamo ricondurre le prime due fra queste esperienze, ossia ai primi anni del secondo dopoguerra, dal 1948 al 1955 in particolare, gli anni degli assassinii dei due nostri antichi compagni; ma anche quelli in cui, a guidare il Partito Socialista in Sicilia – e a dare slancio alle lotte contadine e alle occupazioni delle terre dopo la strage di Portella delle ginestre – era stato inviato Raniero Panzieri.

Se vogliamo fare una rapida digressione all’indietro nel tempo, possiamo ricordare e ricostruire una costante che può partire da un secolo prima, dal timido tentativo del Regno Borbonico, subito fallito, di avviare una riforma agraria nel 1848, con la promessa di distribuzione delle terre demaniali ai contadini; promessa ripresa con uno striminzito e generico articolo dei cosiddetti Decreti del 3 giugno 1860 di Garibaldi (in realtà scritti da Francesco Crispi), e anch’essa fallita (vi ricordate di Bronte?). Il desiderio di terre da coltivare liberamente da parte dei contadini affittuari e dei cosiddetti “industriali” (ossia morti di fame che si “industriavano” a sopravvivere con gli usi civici nei demani) era stato frustrato subito con l’Unità. I vincitori della partita erano stati i gabellotti e i campieri, che avevano eroso i feudi e soprattutto le terre comuni. Da qui una prima ondata di emigrazione. Con le leggi della Repubblica e i “decreti Gullo” pareva che questa atavica fame di terra potesse essere finalmente placata. Non fu così, anche perché era troppo tardi. I contadini tuttavia si organizzarono nelle loro leghe, e da qui nasce anche la risposta organizzata della mafia dei pascoli e delle terre. Troppo facilmente l’organizzazione contadina è stata valutata come una risposta arretrata, anche nei partiti di sinistra. Ma Panzieri non la pensava così, non si scandalizzava affatto dell’”arretratezza” antropologica di queste classi sociali. Forse la convergenza teorica e di fatto fra mafia (regno dell’illegalità rispetto ad un patto) e capitale (definibile per principio come regno dell’ordine e del merito, nonché della legalità), insomma la sovrapponibilità sostanziale fra l’una e l’altra, lo induceva a sostenere le leghe contadine e l’occupazione delle terre; ed evidentemente non la pensavano così neanche Rizzotto e Carnevale, entrambi socialisti, entrambi assassinati dalla mafia, entrambi capi, sul terreno, dell’antimafia sociale. Non è, forse, un caso, che fino ad oggi sopravvivano, fra i Nebrodi e le Madonie, oasi culturali e politiche di sinistra, nel deserto siciliano.

II

Torniamo a Salvatore Carnevale e alla sua breve vita nel piccolo comune di Sciara, non lontano da Caccamo e Termini Imerese. Il nome di questo paesetto rimanda alla stessa radice di Sahara, ossia deserto, così come la denominazione delle distese laviche sull’Etna. Qui Salvatore vive con la madre, Francesca Serio, proveniente da Galati Mamertino, in fuga per la ricerca di un lavoro.

Fra le testimonianze su questa donna e sul figlio spicca quella, indimenticabile, di Carlo Levi, nel suo bellissimo libro-reportage del 1955, Le parole sono pietre. L’incontro con Francesca Serio copre l’ultima e più ampia parte del libro, e lo chiude. Levi va alla ricerca della donna nel paese, e qui registra una straordinaria testimonianza. La donna parla con severità e durezza, cogliendo dettagli essenziali con la lucidità che le fornisce il dolore. Il suo racconto dà il titolo al libro dello scrittore antifascista, che proprio dalla sua testimonianza trova l’espressione “le parole sono pietre”, segno della durezza, della essenzialità e della permanenza, che darà il titolo al libro; anche perché riuscirà a sintetizzare, nel lungo e secco racconto di Francesca Serio, l’insieme dei problemi e delle situazioni che la Sicilia del dopoguerra presentava alla coscienza nazionale. Altri tempi!

Separata, forse abbandonata dal marito, Francesca riusciva a tirare avanti per mantenere e salvare il bambino, spostandosi a Sciara. Salvatore aveva potuto frequentare la scuola per i primi anni, aveva poi, come tutti, lavorato nei campi come bracciante. L’anno 1951 è per lui quello decisivo: fonda la sezione del Partito socialista di Sciara, lavora all’organizzazione della Camera del lavoro, guida l’occupazione delle terre. Viene arrestato e incarcerato. Va poi, per un paio d’anni, a lavorare in Toscana, dove apprende diverse e nuove modalità di lotta, e matura la consapevolezza politica. Ritorna a Sciara nel 1954, e lavora anche nel sindacato. L’organizzazione delle leghe e il suo ruolo di leader politico e sindacale segnano la sua condanna a morte, che avverrà, appunto, il 16 maggio del 1955.

Il lungo resoconto di Carlo Levi è emozionante e lucido. Scrive Levi, ma parla la madre. Racconta della sua vita dura, della cura per il figlio, dei suoi dubbi sulla sua scelta politica, della promessa di votare per la sinistra che svanisce tuttavia davanti alla scheda elettorale per scrupoli religiosi, e della sua determinazione a coltivare l’eredità del figlio una volta che questa gli è stato strappato. La decisione nell’accusa del potere mafioso e dei suoi esponenti del luogo è ferma e tagliente. Il ricordo della vita dura di questo piccolo gruppo familiare si incontra con la maturazione umana e politica della scelta di campo mossa dal dolore lancinante per l’assassinio del figlio. Straordinario reporter, Carlo levi non deve probabilmente far altro che trasporre in scrittura la testimonianza della donna. E difatti non possiamo dimenticare che i protagonisti delle pagine di Levi sono due: Turiddu e Francesca.

Insomma non possiamo dimenticare, nell’accingerci alla visione del film diretto da Valentino Orsini e dai fratelli Paolo e Vittorio Taviani (film del 1962), che la vicenda di Turiddu Carnevale mette in scena, nella libera trasposizione dei registi, un dramma che è a un tempo personale e intimo, sociale e politico; che rivela la sovrapponibilità del pubblico e del privato, delle grandi tendenze della storia sociale e della dimensione esistenziale della “gente meccanica e di piccolo affare”, ossia del molecolare tessuto sociale, della “vita”, insomma.


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